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Domenica 21 dicembre 2003
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Le armonie bachiane di Rinaldo Alessandrini


Ritorna il Concerto Italiano al Festival di Musica Antica

Dopo l’assoluto excursus sulla viola da gamba, in una emozionante serata offerta dal violista Guido Balestracci e dal cembalista Stefano Maria Demicheli, in un programma titolato “Il canto del cigno” apoteosi e decadenza del duo viola da gamba-clavicembalo, in cui abbiamo potuto apprezzare le melodie di Schaffrath, l’omaggio di Jacques Dulphly a Forqueray, quattro ritratti dello stesso Forqueray, La Regente, La Du Vaucel, La Leclair, La Buisson, in cui il duo ha sottolineato con il loro gusto, grande, puro, corretto, ironico, lo stile di questo autore, conciliante l’armonia francese di risonanza alla melodia italiana della voce, passando per le brillanti variazioni sulla Marsigliese di Balbastre, per Marin Marais, il primo musicista impressionista con il suo esilarante Le Tableau de l’operation de la faille, dedicata ad una operazione di calcoli renali da lui subita, sino al canto del cigno della viola da gamba, tre tempi di Carl Friedrich Abel, intimistici con l’alta invenzione melodica dell’adagio, un’invenzione d’infinita ampiezza, il 3 dicembre, alle ore 20, 45 nella Sala Molinari del Chiostro di S.Francesco, ritornerà ad esibirsi per il XVII Festival di Musica Antica, il propulsivo Concerto Italiano di Rinaldo Alessandrini. Il prestigioso ensemble composto da Francesca Vicari e Antonio De’ Secondi al violino, Ettore Belli alla viola, Luca Peverini al cello, Carlo Tutino al contrabbasso, Laura Pontecorvo al flauto e lo stesso Alessandrini al cembalo conduttore, aprirà il suo programma dedicato completamente alle armonie di Johann Sebastian Bach, con la Suite in Si Minore BWV 1067, con il traversiere contrapposto alla massa, in un 1720 in cui abbiamo la comparsa di due novità linguistiche, una timbrica, tanto personale da assurgere a sigla caratteristica, l’altra di portata storica generale, con l’inizio dell’assunzione della cadenza solistica dalla bassa sfera dell’abuso esibizionistico al mondo delle nobili forme. Dal continuo accostamento del violino, del flauto e del cembalo, nasce il concertino, che, in genere, nei due tempi svelti dialoga come gruppo, nel ripieno, e che noteremo nella composizione finale, che ci verrà proposta, il Quinto Concerto Brandeburghese, in Re Maggiore BWV 1050. Qui, senza abbandonare i soliti doveri di subalterno, il cembalo, proprio perché concertato, si fa avanti e, fuori delle oscure ferraglie del basso continuo, occupa il proscenio dei virtuosi. Nel primo movimento, dopo uno sviluppo del tema annunciato dal ripieno, da parte dei tre strumenti solisti, si introduce gradualmente la cadenza (che nella partitura è indicata con la dicitura in italiano “senza stromenti”). Nel secondo movimento, un Affettuoso, i tre strumenti solisti fanno a meno del ripieno, quasi nello stile della sonata a tre, mentre il clavicembalo continua ad essere oggetto di particolari attenzioni per la presenza di una parte elaborata a due voci. Ugualmente nel finale, il clavicembalo sarà continuamente in cerca di un momento predominante, risaltando in una complessa costruzione che combina assieme fuga e forma col da capo. Il programma verrà completato dalla Sinfonia dalla Cantata “Non sa che sia dolore” BWV 209, dedicata all’amico Gesner, che gli regalò una copia del maggior trattato della Retorica antica, che applicò alla sua “Offerta Musicale”. ...